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Spirito Artigiano: Donne, Impresa e cambiamento sociale. Non basta correggere in femminile i sostantivi «sindaca» e «ministra». La strada verso la parità di genere in Italia è ancora lunga.

Winston Churchill fu non soltanto il genio politico che tutti ricordano, ma anche un formidabile oratore. Ricevette persino il premio Nobel per la letteratura nel 1953, dopo la sua monumentale La seconda guerra mondiale in sei volumi. E amava fare battute fulminanti, molte delle quali sono celebri. Secondo uno dei tanti aneddoti che si sono tramandati – se apocrifo oppure autentico poco importa – un giorno il grand’uomo stava passeggiando per le vie di Londra in compagnia di sua moglie e, come spesso accadeva in quelle occasioni, fu attorniato da una frotta di concittadini, che lo salutavano, si complimentavano, gli rivolgevano domande. A un certo punto notò con sorpresa che, tenendosi in disparte, sua moglie stava parlando fittamente con uno spazzino, mostrando un atteggiamento alquanto confidenziale. Quando i due si ritrovarono da soli, Churchill, incuriosito, le chiese chi fosse quell’uomo. La donna spiegò che si trattava di una sua vecchia conoscenza, un uomo che in gioventù era stato molto innamorato di lei. A quel punto, sir Winston Churchill non poté resistere alla tentazione di pronunciare a bruciapelo una delle sue caustiche facezie:

«Vedi, cara, se tu avessi sposato quell’uomo, ora saresti la moglie di uno spazzino». E la donna, senza scomporsi, replicò: «Ma no, tesoro, ti sbagli. Se lo avessi sposato, ora quell’uomo sarebbe il primo ministro britannico».

Questo episodio, piuttosto divertente, ci ricorda la tradizionale subordinazione sociale delle donne, evidentemente. E ci fa sovvenire alla mente il detto popolare secondo cui «dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna». Il senso della massima, che tutti conoscono, è solo apparentemente risarcitorio, perché contiene pur sempre la parola «dietro» – «dietro un grande uomo…» – a riaffermare sempre e comunque il ruolo retrostante della donna rispetto all’uomo. Ma ha ancora senso parlare di parità di genere nell’Italia del 2023?

Ha ancora senso parlare di parità di genere nell’Italia del 2023?

Proviamo a immaginare una donna che si guarda allo specchio e scopre quanto è cambiata dall’inizio del terzo millennio. Vive più a lungo: l’aspettativa di vita alla nascita sfiora gli 85 anni, più degli 80 anni degli uomini. Dal 2000 ha guadagnato due anni e mezzo di vita in più (e se non ci fosse stata la pandemia, con i suoi lutti e gli effetti statistici sulla mortalità, gli anni in più rispetto al 2000 sarebbero stati tre e mezzo). Ha uno stile di vita più salutare: le fumatrici sono scese al 15%, le sportive sono salite al 20%. È più istruita: le laureate furono 89 mila nel 2000, sono state poco meno di 212 mila l’ultimo anno, il 57% di tutti gli addottorati. Si sposa di meno: i matrimoni sono crollati del 66% rispetto al 2000. E quelle che fanno questa scelta (97 mila nozze celebrate nell’ultimo anno) lo fanno più in là con l’età. Il numero delle spose con almeno quarant’anni è più che raddoppiato nel giro di vent’anni: erano meno del 6% del totale, sono diventate il 34%. Sempre meno con il rito religioso, però: gli sposalizi in chiesa sono uno su tre, prima erano tre su quattro. Mentre sono aumentati i matrimoni misti, con un coniuge straniero: dal 7% del totale al 19%. E quelli contratti in separazione dei beni: dal 50% al 71%. Ci si lascia più frequentemente, le relazioni sono diventate fluide e reversibili. Separazioni e divorzi sono schizzati in alto: +34% nei due decenni. Ma non sono di certo i legami affettivi a estinguersi nelle statistiche. Si sta insieme se i sentimenti sono autentici, non per necessità come una volta. Cenerentola non ha più bisogno del Principe azzurro. E se in assoluto nascono meno figli (-26% in vent’anni), sono triplicati quelli concepiti fuori dal matrimonio: nemmeno il 9% dei nati nel 2000, il 40% oggi. Adesso si diventa madre per la prima volta mediamente a 31,4 anni: non è poco. Fanno più figli le donne sopra i quarant’anni di quelle sotto i venti.

Un primo bilancio, dunque: più indipendenza per le donne e un maggiore riconoscimento sociale. Ma a quale prezzo? Si sono spostati in avanti alcuni passaggi chiave dell’esistenza

Si può amare e allo stesso tempo lavorare, fare carriera, raggiungere traguardi ambiziosi, ricoprire incarichi prestigiosi e ottenere la giusta gratificazione, magari con un lauto profitto? Sì, ma per le donne vale un po’ meno. Perché se amano un figlio piccolo da accudire o un genitore anziano di cui prendersi cura, dovranno sacrificare parte dei loro sogni di realizzazione professionale.

Il tasso di attività femminile in Italia è fermo al 55,4%, molto più basso del 73,6% riferito agli uomini. È aumentato di oltre 6 punti negli ultimi vent’anni, i progressi si vedono. Ma ci separa un abisso dall’80,8% delle svedesi, dal 74,6% delle tedesche, dal 70,0% delle francesi, dal 69,7% delle spagnole. Siamo semplicemente all’ultimo posto in Europa, insieme alla Romania. E il tasso di occupazione delle donne si riduce sistematicamente in base al numero dei figli: dal 61,7% se hanno un figlio al 55,6% se i figli sono due, al 41,8% con tre o più figli. Nel Sud, poi, le donne che lavorano sono solo un terzo del totale, meno di quanto il Paese intero registrava negli anni ’70, mezzo secolo fa. In più, il 31,6% delle italiane occupate ha un impiego part-time (tra i maschi il dato si ferma al 9,1%), quindi retribuzioni ridotte. I redditi complessivi di una donna sono mediamente inferiori di un quarto rispetto a quelli di un uomo a causa delle carriere intermittenti. E se la quota degli occupati indipendenti (cioè lavoratori autonomi, professionisti, imprenditori) è pari al 26% tra gli uomini, tra le donne la percentuale scende al 16%. C’è da sottolineare, tuttavia, un dato positivo in controtendenza: le titolari donne di imprese artigiane iscritte alle camere di commercio (circa 184 mila nel 2022) sono aumentate dell’1,7% negli ultimi dieci anni, a fronte di una riduzione (-9,7%) nello stesso periodo di tempo del numero complessivo delle imprese attive.

Si deve ancora parlare, allora, di parità di genere nell’Italia del 2023? «Ai sensi di legge» le offerte di lavoro sono rivolte a candidati «ambosessi» (ma l’Accademia della Crusca non aveva dichiarato guerra al burocratese?). Le «quote rosa» per decreto hanno ingentilito con presenze femminili i consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende a partecipazione pubblica. Anche le liste elettorali sono unisex, un nome maschile e uno femminile alternati. Abbiamo corretto i sostantivi in «sindaca» e «ministra», puntualmente declinati al femminile. Che altro si pretende?

Ma il tasto dolente è che invece il Paese è veramente indietro nelle politiche di sostegno alla genitorialità e nelle misure di conciliazione lavoro-famiglia: non gli spiccioli di estemporanei bonus bebè e voucher per le baby-sitter, ma sgravi fiscali strutturali, asili nido pubblici, congedi parentali adeguati e utilizzati parimenti da madri e padri, intercambiabili nei ruoli casalinghi.

Poi però si scopre che quella donna che si barcamena come una provata funambola per tenere tutto insieme – affetti, casa e lavoro – può rimanere imprigionata in una singolare forma di «sindrome di Stoccolma», sequestrata da stereotipi e pregiudizi duri a morire. Nell’Italia di oggi sono ancora un terzo le donne convinte che agli uomini non si addica occuparsi delle faccende domestiche. E un quarto è dell’opinione che sono loro stesse, le donne, a istigare la violenza sessuale se si vestono in maniera provocante (lo pensano in ugual misura maschi e femmine). Ecco quello che non vorresti più vedere riflesso nello specchio la prossima volta che una donna si guarda per osservare quanto è cambiata.

Massimiliano Valerii, Direttore Generale del Censis

 

 

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