Concorrenza sleale da abusivismo: una piaga per gli artigiani

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In Piemonte il 10,6% dei lavoratori è irregolare. Sono 84.442 (67,6%) le imprese artigiane piemontesi esposte alla concorrenza sleale del sommerso

L’artigianato è fortemente esposto alla concorrenza sleale del sommerso, dell’abusivismo e del lavoro irregolare: nell’arco del triennio 2011-2013 il valore dell’economia sommersa e illegale è cresciuto del 2,4% mentre e nel nostro Paese sono ben 6.897.000 le persone che hanno effettuato nell’ultimo anno acquisti di beni e servizi che contengono lavoro irregolare (indagine Europbarometro).

Il fenomeno del lavoro irregolare presenta forti differenziazioni territoriali: la Calabria con il 22,9% degli occupati irregolari è la regione che presenta il valore più alto, il Piemonte con il 10,6% si posiziona a metà della classifica delle regioni.

L’artigianato, poi, è particolarmente esposto alla concorrenza sleale del sommerso: a livello nazionale risultano esposte alla concorrenza sleale del sommerso il 65,8% delle imprese artigiane (898.902 imprese, cioè i due terzi del totale delle imprese artigiane). Il Piemonte con il 67,6% (pari a 84.442 imprese) supera la media nazionale e si posiziona al sesto posto della classifica regionale e nella sola città di Torino si contano 43.030 imprese, che si occupano prevalentemente  dei servizi alla persona (parrucchieri ed altri trattamenti estetici).

In particolare, se a livello nazionale l’incidenza dell’artigianato ad alta esposizione alla concorrenza sleale del sommerso sull’artigianato si attesta sul 24,2%, il Piemonte registra un 21,4% (pari a 26.697 imprese) prevalentemente concentrate nella città di Torino (14.440 aziende).

“L’abusivismo è direttamente collegato alla crisi – commenta Dino De Santis – Presidente di Confartigianato Torino – Il settore particolarmente a rischio risulta essere quello dei parrucchieri ed estetiste,  spesso ex dipendenti licenziati che continuano ad esercitare a casa loro, idraulici ed elettricisti che arrotondano anche se non prestano più i loro servizi ufficialmente. Ci sono poi i dipendenti in mobilità oppure i cassintegrati.  Questo esercito di abusivi, non solo fa concorrenza sleale alle imprese regolari ma determina una rilevante evasione fiscale e contributiva”.

“Non dovremmo più tollerare le attività irregolari, come se fossero, in qualche modo, legittime anche se talvolta necessarie per la sopravvivenza di molte famiglie – continua De Santis –  perché il fenomeno è una grave minaccia soprattutto per gli artigiani e per le piccole imprese: noi piccoli siamo le prime vittime della concorrenza sleale di chi lavora senza rispettare le leggi. “

Si stima che la presenza di una fetta così ampia di lavoro irregolare determini un’evasione fiscale e contributiva  pari a 11,78 miliardi di Iva, 2,8 di Irpef, 604 milioni di Irap e 4,54 miliardi di contributi sociali.

“Questo fenomeno – conclude De Santis – va combattuto in maniera strutturale, intervenendo  su tutto ciò che ostacola la corretta attività delle imprese che lavorano regolarmente, ad esempio il carico tributario  e contributivo troppo elevato, l’eccesso di burocrazia e i pessimi esempi da parte dei rappresentanti della politica e della burocrazia”.

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